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La Federazione Ginestra su Congresso Famiglie

La FEDERAZIONE GINESTRA, che riunisce 5 Centri antiviolenza, interviene sui temi proposti al prossimo CONGRESSO INTERNAZIONALE DELLE FAMIGLIE e sulle attuali proposte di riforma in materia di separazione e affido condiviso ( Disegno di legge Pillon)

In qualità di operatrici di Centri antiviolenza a sostegno delle donne maltrattate, intendiamo prendere una posizione chiara e netta sulla concezione della donna, della famiglia e della società che sta alla base dei contenuti in discussione nell’ambito del Congresso Internazionale delle Famiglie che si terrà a Verona dal 29 al 31 marzo e che hanno ottenuto l’adesione di membri del Governo, in primis il ministro per la Famiglia e la disabilità Lorenzo Fontana e il ministro Matteo Salvini, oltre al sentore Simone Pillon, promotore de Ddl che da lui prende il nome.

Vogliamo altresì contestare vivamente in toto il Ddl Pillon su separazione e affido che, partendo dagli stessi presupposti ideologici del Congresso delle Famiglie, costituisce il grimaldello di una profonda revisione delle leggi che regolano il diritto di famiglia, a tutto danno del ruolo della donna e dei diritti suoi e dei bambini.

Noi che da anni operiamo per il sostegno concreto alle donne vittime di violenza soprattutto intrafamiliare e ai loro figli, conosciamo molto bene la realtà di troppe famiglie distrutte da abusi e maltrattamenti di ogni genere. Non è un caso che solo fra il 6,7% e l’11,8% delle donne maltrattate sporga denuncia. Sappiamo bene con quali paure, difficoltà e incognite una donna deve fare i conti sia quando non ce la fa ad affrontare la propria condizione, sia quando decide di uscirne e di chiedere sostegno materiale e psicologico ad un Centro Antiviolenza, o si rivolge alle Forze dell’Ordine o ai servizi sociali. Si tratta di nuclei familiari basati su sistemi di relazione sbilanciati, in cui la donna che subisce perde la propria libertà, identità, autonomia di scelta, i propri diritti. Nessuno dei promotori del Congresso delle Famiglie sembra fare i conti con questa realtà che coinvolge oltre il 30% delle donne di questo paese con i loro figli (dati ISTAT 2016). Anzi, ci sembra che, sottintesa, aleggi la regola del “portare pazienza”, del sopportare passivamente, in nome dell’unità di una famiglia idealizzata in cui non si considera rilevante la qualità dei rapporti affettivi e che troppo spesso è solo un desiderio o un’illusione ma che i promotori intendono salvaguardare in ogni modo.

In questo senso muovono infatti alcune proposte del Congresso Internazionale delle Famiglie:

  • l’unica vera famiglia è quella naturale, patriarcale e fondata sul matrimonio fra eterosessuali.

  • non si riconosce alle donne il diritto all’autodeterminazione, incluso il diritto all’aborto e l’istituto del divorzio;

  • viene messa in discussione la stessa autonomia del ruolo della donna nella società, e in particolare il diritto della donna a svolgere una professione​ (male cui si attribuisce la crisi demografica),​ e il diritto all’integrità fisica delle persone omosessuali​.

  • La donna deve tornare ad essere solo moglie e madre, dedita alla cura dei figli, della casa, degli anziani.

  • Gli studi di genere vengono criminalizzati, come se davvero esistesse la fantomatica teoria del “gender”, tesa a distruggere la famiglia perché favorirebbe l’omosessualità e il disordine identitario e morale del bambino tramite forme di “indottrinamento sessuale”. Quando, invece, come sappiamo bene noi che attuiamo nelle scuole di ogni ordine e grado progetti di prevenzione di tutte le forme di violenza compreso il bullismo, la nostra opera consiste nel favorire relazioni affettive consapevoli e responsabili e di rispetto dell’identità di ciascuno.

  • Certe posizioni sono sostenute anche da membri del Governo italiano, che infatti interverranno al Congresso. In particolare il ministro per la Famiglia e la Disabilità Lorenzo Fontana, il ministro dell’Istruzione e la ricerca Marco Bussetti e il senatore della Lega Simone Pillon, promotore del disegno di legge che prevede una profonda revisione di alcune leggi che regolano il diritto di famiglia.

Proprio il Ddl Pillon è la traduzione legislativa di certi presupposti teorici del Congresso delle Famiglie. In nome della conservazione della famiglia tradizionale si è disposti a sacrificare diritti imprescindibili della donna e anche del bambino nel caso che la coppia o uno dei due coniugi decida per la separazione o il divorzio. Delle altre molteplici forme di famiglia non si parla: per il legislatore non esistono.

E’ noto che la donna che subisce violenze è in una condizione di estrema fragilità, lacerata da sensi di colpa e dalle proprie responsabilità verso i figli che spesso assistono ai maltrattamenti e sono anch’essi traumatizzati, dal bisogno di proteggere anche loro oltre che se stessa e allo stesso tempo di sfuggire a pressioni e ricatti non solo del marito o ex partner ma anche da parte spesso della propria famiglia di origine. Il momento maggiormente critico è quello in cui è costretta a denunciare o comunque a fuggire dalla morsa della violenza. E’ allora che spesso occorre ospitarla con i figli minori in una struttura protetta.

Anche su situazioni di questo genere interviene pesantemente il Ddl Pillon, creando un percorso ad ostacoli per chiunque intenda porre fine ad ogni tipo di relazione, indipendentemente dalle cause che determinano tale decisione:

  • prevedere la mediazione civile, obbligatoria e a pagamento, in tutte le separazioni in cui siano coinvolti i figli minorenni; mediazione che, ponendo su un piano di simmetria entrambi i membri della coppia, renderà più probabile la perdita di diritti per la donna come per il bambino;

  • Imporre la bigenitorialità perfetta con l’eliminazione dell’assegno di mantenimento, obbligare il bambino a stare con i genitori per un uguale numero di giorni, minimo 12 al mese. Di norma la donna è più fragile economicamente e quindi la separazione così strutturata accentuerà la reale disparità di mezzi, di condizioni di vita e di opportunità fra il padre e la madre;

  • introdurre la fantomatica e mai scientificamente avvalorata “sindrome di alienazione parentale” nel decidere sull’affido condiviso, con il rischio concreto che la madre sia accusata di manipolare il figlio nel caso in cui questi si rifiuti di incontrare o di stare con il padre, trascurando così i bisogni reali del bambino e l’eventuale suo disagio nel caso di violenza assistita

sono tutte norme che privano la donna e il bambino della possibilità di esercitare senza condizionamenti e ricatti la propria volontà, colpevolizzano la donna scaricandole addosso ogni responsabilità e considerano il bambino come un’entità inerte senza emozioni, esigenze concrete, diritto di parola.

  • Anche la donna viene privata del diritto di parola; se solo accusa (non si parla nemmeno di denuncia) il partner di maltrattamenti in qualsiasi contesto, la donna può incorrere in ritorsioni sull’affidamento e la responsabilità genitoriale.

  • Teniamo presente che la parola violenza è presente nel testo del DDL due volte soltanto. Il sen. Pillon ha però riferito in più occasioni che violenza è quando c’è sentenza penale irrevocabile. Una modifica poi dell’articolo 572 del codice penale, la norma che punisce la violenza domestica, prevede che i maltrattamenti debbano essere sistematici e rivolti «nei confronti di una persona della famiglia o di un minore». Probabilmente il legislatore non sa niente della cosiddetta “ruota della violenza”.

  • E’ come se il legislatore ignorasse le difficoltà a cui va incontro una donna oggetto di violenza a causa di norme giuridiche e sociali che tendono ancora oggi a colpevolizzare la donna piuttosto che il maltrattante per il fallimento di una relazione affettiva.

Di fatto le modifiche introdotte dal Ddl Pillon all’attuale ordinamento renderanno impossibile per molte donne chiedere di porre termine alla relazione violenta, le costringerà ancor di più di quanto accade adesso a rimanere in silenzio, con grave rischio per la loro incolumità e per quella degli stessi figli.

Tali norme porteranno a una grave regressione che potrebbe alimentare la disuguaglianza di genere.

Per tutti questi aspetti Il disegno di Legge Pillon, in linea con i contenuti del Congresso, contrasta apertamente con molteplici norme della Convenzione di Istanbul contro la violenza di genere approvata dal Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa il 7 aprile 2011 e ratificata dall’Italia con la legge n° 77 del 2013. Ma si pone in linea con le leggi e le direttive recessive di governi di Paesi scarsamente democratici, come l’Ungheria e la Russia

Non facciamoci quindi ingannare dal linguaggio vellutato e conciliante con cui viene promosso il Congresso Internazionale delle Famiglie che si terrà a Verona: in realtà i contenuti oggetto degli interventi in programma sono espressione di posizioni culturali e politiche profondamente lesive dei diritti conquistati dalle donne in decenni di battaglie e di impegno civile.

Diritti che intendiamo continuare a difendere con le parole e le nostre azioni in tutte le sedi e davanti all’opinione pubblica, insieme a tutti coloro che hanno a cuore la crescita civile e democratica del nostro Paese.

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